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Doyle Sir Arthur Conan - 1912 - Il mondo perduto PDF

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Arthur Conan Doyle Il mondo perduto Editori Riuniti Il mondo perduto Titolo originale: The Lost World Traduzione di C. Sobrero Introduzione di Giorgio Celli A cura di Fausta Antonucci © 1912 Arthur Conan Doyle © 1983 Edizioni Theoria s.r.l. I a edizione Editori Riuniti: luglio 1998 Collana Tracce ISBN-13: 978-8835945246 Note di copertina Quattro bizzarri personaggi partono alla ricerca di un favoloso altipiano, dove sono custodite forme di vita che si credevano ormai scomparse: dinosauri, iguanodonti, pterodattili. Ma il più straordinario e inquietante di questi fossili viventi è la scimmia parlante, il mitico anello di congiunzione tra l'uomo e la bestia. La storia più affascinante, quella dell'evoluzione della vita, viene riassunta dal grande scrittore inglese in delizioso romanzo di avventura, ravvivato da uno humour e un'inventiva che hanno pochi eguali. Arthur Conan Doyle, medico, scrittore e appassionato studioso di fenomeni paranormali, creò con Sherlock Holmes l'eroe più celebre della storia del romanzo poliziesco. Oltre alle numerose opere dedicate all'investigatore (Uno studio in rosso, 1887; Il mastino dei Baskerville, 1902), scrisse romanzi storici e fantascientifici che godettero di straordinaria popolarità. Introduzione di Giorgio Celli Gli zoologi del ventesimo secolo presumono, per quel che riguarda gli animali di grossa taglia, di aver già fatto l'inventario del mondo, e non si aspettano più delle sorprese. Eppure, solo una cinquantina di anni fa, il celacanto emerse dalle profondità del mare, nei pressi del Madagascar e delle isole Comore, per reclamare il suo diritto di esistenza nel sistema di Linneo e annunciarsi al secolo. Caduto nelle reti del capitano Goosen, che effettuava dei prelievi per un piccolo museo di scienze naturali sudafricano, questo pesce di non trascurabili proporzioni - è lungo 1 metro e mezzo e pesa circa 50 kg -, ben noto ai pescatori indigeni, ma fino a quel momento sconosciuto del tutto agli zoologi, pose, fin dalla sua prima irruzione tra le specie viventi "da catalogo", i soliti problemi degli animali "fissisti". L'esame della sua anatomia rivelò dei fatti a dir poco notevoli: per esempio, si scoprì che non possedeva la colonna vertebrale, ma una struttura allungata, composta di cavità gelatinose e racchiusa da spesse guaine di fibre elastiche. "Una notocorda!", esclamarono in coro gli scienziati di tutto il mondo, e dovettero, per questa e altre ragioni, coniato il nome di Latimeria cholumnae, attribuire il bestione ai Crossopterigi. Per intenderci, a un gruppo di pesci estinti da milioni di anni, o creduti tali fino alla comparsa del nostro celacanto, oppure promossi dall'evoluzione a vertebrati terrestri, poi a mammiferi, e infine, perché no?, fatti uomo! Il pesce delle Comore, vero Fantomas dei mari, è, allora, un parente stretto dei nostri più lontani ascendenti animali, e il capitano Goosen aveva preso nelle reti un frammento del suo passato! E del nostro, naturalmente. Latimeria, in parole povere, fa parte di quegli organismi - ce ne sono altri, noti da tempo! - che hanno detto, come Bartleby lo scrivano del racconto di Melville, "preferirei di no" all'evoluzione, e sono rimasti pressoché inalterati, nelle loro strutture, attraverso i labirinti, pieni di cimiteri fossili, delle ere geologiche. Charles Darwin li aveva battezzati con la suggestiva definizione, un vero e proprio ossimoro, di "fossili viventi". Il perché del loro diniego a mutare costituisce una faccenda scientificamente ben poco chiara. Lo stesso Darwin, che il fatto certo inquietava - erano, lì, davanti a lui, quei fossili scomodi, a dimostrare che l'evoluzione può segnare il passo azzardò, nella prima edizione della sua Origine delle specie, una spiegazione di minima. Forse, scrisse il grande naturalista, queste forme sono giunte immutate fino a noi perché hanno vissuto "in una regione isolata, trovandosi così a dover affrontare una concorrenza meno dura". Una opinione che non ha suscitato certo dei consensi unanimi. Infatti Delamare-Debouteville, e Botosenau, che si sono occupati del fenomeno in un libro di alcuni anni fa, pensano a un blocco da eccessiva specializzazione. Il celacanto sarebbe quindi lo stereotipo finale di un modellamento molto spinto animale/ambiente stabile, e si troverebbe in procinto di congedarsi da noi, passando dalla condizione di fossile vivente a quella di fossile vero e proprio. Questa piccola dissertazione, come vestibolo al romanzo di Conan Doyle, non deve essere considerata un esercizio gratuito, ma, semmai, l'esemplificazione di un metodo critico, una proposta di approccio epistemologico? - al libro. Perché, un'opera di science-fiction, e Il mondo perduto è ascrivibile senz'altro a questo ambito dai confini così labili, e imprecisi, sollecita sempre nel suo lettore, che è un tipo tutto particolare, con aspirazioni empiriste e una sana determinazione a non lasciarsi andare, l'esigenza di una verifica, di un confronto con il "verosimile". Mentre il barone di Munchhausen può varcare i cieli, nuova meteora, equitando la sua palla di cannone senza che la cosa scateni il nostro dissenso, perché nei regni della fantasia tutto è lecito, la fantascienza è chiamata ad assolvere altri compiti. Le chiediamo, pena l'ostracismo, di essere credibile, e di ridurre, a tal fine, al massimo, lo scarto tra il possibile e l'impossibile, non lavorando nel vuoto, ma elaborando dei distillati fantastici delle teorie, e dei teoremi, della scienza. La fantascienza, insomma, e, l'iperrealismo della scienza, e sono d'accordo con Carl Sagan quando grida allo scandalo pensando alla cavorite di Wells, un minerale anti-gravità. "Come è possibile" si domanda l'astrofisico "che un filone di cavorite possa trovarsi sulla Terra? Non dovrebbe prendere il volo e sparire negli spazi cosmici?". In questo "com'è possibile" di Sagan è racchiuso tutto il gioco concettuale che esige, per me, ogni opera di fantascienza, e che consiste nella verifica del suo coefficiente di verosimiglianza scientifica. Una chirurgia, in altre parole, che vogliamo applicare mettendo sul tavolo anatomico il romanzo di Doyle, non certo al fine di pervenire a un attestato di validità, o di non validità, letteraria, ma per accertare se contenga o no qualche palla di Munchhausen o qualche frammento di cavorite. Nel romanzo Il mondo perduto, Conan Doyle ci descrive un viaggio dalla storia alla preistoria, dalla zoologia alla paleontologia, dal consorzio civile all'impero dei fossili viventi. Un viaggio, e non ce ne stupiamo. Tutta la fantascienza, da Cyrano de Bergerac, o ancor prima, da Luciano di Samosata, ai giorni nostri, si alimenta della metafora, e dell'espediente narrativo del viaggio, e cresce nel mito incantatore degli altrove. Lo spazio romanzesco di Jules Verne è una guida fantasticata ai mille modi per viaggiare, e ai mille luoghi paralleli dove andare. Con lui si viaggia in sottomarino o in pallone aerostatico, su di un razzo a propulsione balistica o su una macchina a vapore, e si transita dal centro del globo ai limiti superiori dell'atmosfera, dalle Indie nere minerarie alle vette più eccelse delle montagne, quasi sempre all'insegna di quel possibile che la tecnologia del ventesimo secolo avallerà molte volte. Il viaggio fantascientifico culmina nel viaggio nel tempo di Wells, il più improbabile di tutti i viaggi, ma che alcuni sviluppi della teoria della relatività stanno trasferendo a far parte delle utopie più prossime a noi. L'approccio di Conan Doyle è sincretico: descrive uno spostamento geografico che presuppone, solidalmente, un salto indietro cronologico. Al centro del Sudamerica, egli fabula, nel bel mezzo della immensa foresta brasiliana, si erge un colossale acrocoro, un cumulo di rocce spinte in alto dalle forze geologiche. Sull'altopiano, divenuto inaccessibile al resto del mondo, troviamo una sorta di cretaceo in miniatura, riccamente popolato di fossili viventi. Uno zoologo, il solito scienziato deus-ex-machina delle storie di fantascienza, è arrivato sino ai confini di questa isola discronica, o pancronica se preferite, ed è tornato in patria destando, con il suo racconto di animali superstiti, l'incredulità, e il sospetto di truffa, dei colleghi. L'avventura nasce dalla volontà dello scienziato di confutare le accuse e la peripezia nasconde un antico racconto mitico: l'attraversamento degl'Inferi vigilati, però, in questo caso, non da Cerbero, ma dai mostri della preistoria. I dinosauri, vivi e vegeti. "Com'è possibile", domandiamo subito, adottando l'approccio che Carl Sagan ci ha suggerito. Questi pterodattili, o questi iguanodonti, potrebbero venir fuori, un bel giorno, da un macchione dell'Amazzonia, come il celacanto dal mare delle Comore? Conan Doyle, per suffragare la credibilità della sua invenzione, adotta il punto di vista scientifico di Darwin: chiama in causa l'isolamento e la stabilità delle condizioni ambientali. Si è, ci chiediamo subito, dimenticato dell'altra condizione posta dal naturalista: una debole selezione naturale? Dapprima sembra proprio di sì, perché ha immaginato, sul suo altopiano, dei dinosauri carnivori, non meglio classificati, ma certo tirannosauri et similia, che si pappano senza pietà i poveri iguanodonti erbivori. Ma non si decreti troppo in fretta. La contraddizione è notata dallo stesso Doyle, che per bocca del suo scienziato si chiede, con stupore, perché i predatori non abbiano dato fondo, col passare del tempo, alla loro dispensa vivente. In realtà, noi sappiamo bene, oggi, ma Doyle no, perché il suo strumento per capire l'ecologia delle popolazioni poteva essere per lui solo la feroce struggle for life di Darwin, che l'interazione preda/predatore è un fenomeno complesso, e che i buoni predatori non provocano che raramente l'estinzione delle loro vittime, perché si condannerebbero alla morte per fame. Gli equilibri delle popolazioni implicano meccanismi ben più sottili della selezione naturale, del tutto ignoti all'epoca di Doyle. Il tempo ha, così, lavorato per lui, rispondendo per bocca nostra, e quindi a posteriori, a uno dei tanti "com'è possibile" di cui è disseminato il libro. Tra l'altro, Doyle ci ha fornito altri elementi per avallare scientificamente la stabilità dell'ecosistema Mondo perduto. Intanto, ha complicato la rete dei rapporti trofici. I suoi dinosauri sono oggetto di allevamento, e di caccia. Sull'altopiano, infatti, lo si viene a sapere ben presto, sono presenti, e in azione, degli uomini e dei para-uomini. Sugli uomini veri e propri c'è ben poco da dire: si tratta di una razza di pigmei, penetrata in tempi remoti nel nuovo ambiente. La loro cultura è descritta nei termini di un paleolitico superstite: i pigmei abitano in caverne, sulle cui volte praticano una sorta d'arte parietale e sono equipaggiati d'arco e di frecce avvelenate. Tutto sommato, mi sembrano un ibrido immaginario tra l'uomo di Cromagnon, nanificato, e un aborigeno australiano attuale, un distillato sincretico di archeologia e di etnologia. I para-uomini, ovvero degli scimmioni evoluti, meritano un indugio esplicativo più lungo. Apprendiamo, anche se con altre parole, che sono il risultato di una evoluzione a cul-de-sac subita da una scimmia antropomorfa giunta molte ere prima sull'altopiano. Dietro questa idea dell'uomo/scimmia intravedo, e non so se sbaglio, il fantasma di un'antica credenza - perfino von Humboldt l'ha presa in considerazione - e cioè che, in Sudamerica, accanto alle scimmie "inferiori", sia vissuta, o viva, in incognito per la scienza, una scimmia antropomorfa. Non è vero, forse, che nel museo di Merida ci sono due statue dell'epoca Maya che raffigurano un essere somigliante a un gorilla? Deformazione surrealista dello scultore, o sua testimonianza di una creatura sconosciuta intravista nella foresta? Ma c'è, anche, un'altra possibilità. Doyle, a un certo punto, cita le opere di Henry Walter Bates, il grande viaggiatore amazzonico amico di Darwin. Siamo legittimati a presumere, allora, che abbia letto il brano in cui il naturalista esploratore narra il suo incontro, nella giungla brasiliana, con una curiosa scimmia dalla coda corta, l'uakari. Con un certo umorismo, Bates descrive il ceffo della bestia, i suoi tratti umanoidi, il suo colore paonazzo da vecchio beone, e la sua fronte alta, da filosofo della foresta. Non sarà stato l'uakari, allora, e non lo yeti sudamericano delle leggende, a trasformarsi, passando attraverso gli alambicchi della immaginazione letteraria, nell'uomo/scimmia dell'altopiano? Purtroppo, a questo punto, Doyle cerca di contrabbandare della cavorite, o qualcosa di analogo. Infatti, dichiara bellamente che i suoi pitecoidi antropomorfi impiegano, per comunicare tra loro, un linguaggio verbale vero e proprio. La cosa è poco verosimile, se pensiamo che l'avvento della loquela è un fenomeno tardivo della evoluzione umana; si dubita perfino che uomini molto prossimi a noi, come quelli di Neanderthal, fossero davvero capaci di parlare. Ma Doyle, sia detto a sua lode, incorre in questo infortunio non per difetto, ma per eccesso, di informazione. Venti anni prima della pubblicazione del suo romanzo, uno scienziato inglese, certo Garner, aveva dato alle stampe un'opera molto documentata in cui sosteneva che le scimmie sono provviste di un linguaggio verbale complesso, in tutto e per tutto simile al nostro. Il fatto venne poi confutato rudemente, e si dimostrò che Garner era caduto preda di un miraggio scientifico, ma, all'epoca di Doyle, la sua teoria godeva ancora di un certo credito e non possiamo condannare senza appello il romanziere se ha pensato di poter traslare legittimamente in una chiave fantascientifica le vedute dello studioso di "linguistica animale", attribuendo così agli antropoidi evoluti del suo mondo "a parte" il dono della favella. Ma prendiamo, ora, in esame la qualità dell'animazione dei fossili viventi che egli ha posto nel suo favoloso "altrove". Serva, come campione, lo pterodattilo, che attraversa così spesso, visione terrificante, i cieli immaginari di questa preistoria ritrovata. Cominciamo col fare a Doyle un piccolo rimprovero tassonomico. É deplorevole che egli usi questo vocabolo, pterodattilo, improprio come termine generale fin dai tempi di Newton, e che serve a indicare, tra l'altro, rettili alati di piccole dimensioni, ben diversi dai grandi pterosauri - ecco la parola adeguata! - che egli chiama in causa nel romanzo. Tutto prova, comunque, che Doyle era affascinato da queste chimere volanti, e non possiamo dargli torto. Il primo fossile di questi esseri straordinari era stato rinvenuto nel calcare bavarese da un italiano, il Collini. Era il 1784 e aveva inizio con quel ritrovamento una lunga querelle scientifica. Cuvier attribuì il fossile ai rettili e lo battezzò pterodattilo (dal dito alato), rivelando al mondo, lui fissista, uno dei grandi anelli di transizione. In principio tutti pensarono che le ali fossero, in realtà, delle membrane natatorie e i mari primordiali si popolarono di pterodattili "al bagno". Con il passar del tempo, l'ipotesi equorea si dissolse progressivamente e il fossile venne, per dir così, assunto in cielo dai paleontologi, e cominciò, salvato dalle acque, a planare sui mari del terziario. Owen, grande avversario di Darwin, lo collocò, in una ricostruzione d'epoca, su di una rupe druidica, con le ali spiegate, in procinto di spiccare il volo. Perché, al contrario degli altri dinosauri, che Doyle descrive decisamente stolidi, lo pterodattilo gode fama di rettile intelligente? Ecco, penso che la circostanza sia dovuta alla lettura del libro di Seely, che comparve agli inizi del secolo. Il suddetto scienziato confermava la supposizione, già da tempo nell'aria, che ci fosse stata una grande somiglianza tra il cervello degli pterosauri e quello degli uccelli, fatto che depone certo a favore della intelligenza dei "draghi volanti". Inoltre, il bacino stretto della "signora pterosauro" aveva autorizzato Seely a pensare che la prole fosse, alla nascita, piccola, e inerme, e che quindi, i nostri orchi alati - il loro cervello evoluto ci consente di non escluderlo - praticassero delle cure parentali. Per finire, l'ossario rinvenuto in un giacimento di Cambridge, formato dai resti di numerosi esemplari, ha fin da allora alimentato il sospetto che questi rettili chimerici avessero inventato, all'alba del mondo, l'esistenza gregaria. Doyle aveva

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